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SPETTACOLO
TEATRALE
LA FIUMARA
Tratto dal racconto
‘Nta çiumara d’ ‘u paisi
di Valeria Bivona
Riduzione teatrale di Carlo Nuccioni
La Fiumara è uno spettacolo tratto dal racconto ‘Nta çiumara d’
‘u paisi “ di Valeria Bivona. L’autrice, che oltre a curare
insieme a Carlo N.la regia, è anche una delle protagoniste del
lavoro teatrale.
Si tratta di un monologo a tre voci parte recitato in italiano e
parte in dialetto siciliano, infatti è proprio in Sicilia e
precisamente a Ciarra, piccolo paesino con non più di cento case,
circondato di giardini di limoni e aranceti, con stradine strette e
poco illuminate, che l’azione si svolge.
Si rappresenta una famiglia emigrata in Germania che ritorna in
Sicilia per le vacanze estive, ma il bel mare, i dolci profumi, il
riconoscimento di una dialetto mai adoperato, i nonni e i parenti
ritrovati ben presto si ritirano sullo sfondo per lasciare il posto
al drammatica storia vissuta nell’infanzia dalla protagonista. Ed
ecco allora che compare un mondo in cui la violenza domestica fa da
contrappunto alla spensieratezza dell’infanzia, la notte si popola
di pianti, di spiriti che appaiono sotto le sembianze di gechi, di
cattivi odori di piscio, di film pornografici di terz’ordine, di
carcere, di streghe e iettature, che la bambina, suo malgrado, è
costretta a subire o ha già subito.
La drammaticità della storia viene sottolineata da musiche eseguite
dal vivo e dal suono di un gong che interviene a spezzare,
distruggere, interrompere le domande e i giochi della bambina.
La storia che si racconta, fortemente impregnata dal risveglio di
vissuti della protagonista, magistralmente sfaccettata attraverso la
presenza delle tre attrici sulla scena, convoglia in un crescendo
drammatico con l’entrata in scena di altre presenze: una “commare”,
alla quale si affida lo svelamento di una triste verità e la
“follia”. Il non detto emerge, si fa presenza, il terrore di non
reggere il confronto porta in sé il turbamento della pazzia.
Tuttavia qualcosa sembra far tenuta, argine, a quell’angoscia senza
nome.
La forza di questo lavoro consiste, forse, anche nel mostrare quanto
sia prezioso e pieno di risorse il mondo del bambino e della sua
infanzia, con quel suo modo di guardare agli adulti, di interagire
con quanto lo circonda o di dialogare con quanto lo turba, di
accedere al mondo della fantasia per interrogare con altri occhi una
realtà talvolta cruda e insensibile. Quanto poco ne teniamo conto,
quanto poco siamo capaci di ritrovarlo, riconoscerlo e amarlo ancora
dentro noi stessi.
Una vena poetica avvalorata dalla magia del canto, si dipana oltre
la drammaticità degli eventi, forse a conferma delle antiche e
profonde risorse dell’umano. Qualcosa spinge a guardare oltre,
magari altrove, talvolta in alto, lontano, come la bambina di fronte
al fascino e al mistero della luna. Catturata dalla bellezza della
sua presenza sembra trovare riparo e conforto alla sua solitudine e
alle sue paure. Con lei nascono domande, curiosità, senso di
vicinanza. Qualcosa la spinge oltre. Forse è proprio questo
desiderio di guardare oltre che le consente di accedere, ormai
donna, alla possibilità di guardare, con affetto, ancora una volta,
a quella bambina di un tempo.
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